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"Sono realista, per questo voglio l'impossibile"


Diario


18 ottobre 2009

Quando si parla di libera e corretta informazione.

Leggo e riporto con piacere.

Mesiano si difende dalle accuse andate in onda su canale 5 e dichiara: “Quelle mandate in onda su Canale 5 sono riprese parziali. Io non sono come mi hanno descritto. Ho anche io una vita normale come tutti: faccio festini nelle mie ville, vado a puttane e organizzo orge con minorenni”.

Certo, se questo che dice Mesiano fosse vero, Canale 5 dovrà chiedergli scusa e proporlo al Capo per una candidatura importante a qualcosa di molto istituzionale.

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P.S. - Ovviamente le parole riportate sopra fra virgolette non sono davvero del dr Mesiano. Si tratta solo di una ipotesi scherzosa.


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permalink | inviato da CarloMazzei il 18/10/2009 alle 14:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


22 febbraio 2009

La transizione non oligarchica ma (speriamo) culturale.

Ho iniziato a scrivere qualche giorno fa, a dimissioni di Veltroni avvenute. Lo stacco nel testo mostrerà il momento in cui ho concluso il testo, dopo l’elezione di Franceschini. Nei miei pensieri c’era molto (anche di diverso) rispetto a quella che è la forma finale che leggerete di seguito. Ma, come per ogni cosa, la realtà che costruiamo non sempre riesce a seguire perfettamente il filo del pensiero.

Non è facile spiegare a parole lo stato d’animo in cui mi trovavo qualche anno fa, a ridosso dell’ultimo congresso dei Ds. E sembra passato un secolo.
In effetti, forse non è nemmeno necessario descrivere quel momento a quanti, come me, hanno sentito il peso del passato e la responsabilità di assumere una posizione chiara che comportasse la costruzione di un nuovo futuro, fuori dal solco della tradizione.
Certo, già quel presente non era più “roseo”, però non è mai facile intraprendere una strada radicalmente innovativa che, allora, ci lasciava completamente privi di riferimenti e segnava, in ogni caso, lo scostamento da un portato storico importante per il Paese e lunga molte generazioni.
La fase di preparazione al congresso mi vide titubare, incerto sulla via migliore da percorrere e qualche mio compagno è stato partecipe ripetutamente delle mie perplessità, dei miei timori.
La cosa che più mi lasciava esitante, già allora, era la conclusione di una stagione politica (che, sebbene logora e monca nell’analisi e nell’elaborazione di una proposta “rivoluzionaria”, ad ogni modo aveva condotto il centrosinistra al governo due volte in un decennio) con il contestuale avviarsi di una fase costituente carente di “contenuti” e, quindi, di dibattito nel merito del futuro partito.
Non che in quel momento si potessero affrontare nodi importanti in modo dettagliato, ma come poi mostrò l’approccio unanimistico alla candidatura di Veltroni per le primarie dell’ottobre 2007 non era foriero di buoni presagi. E non, ci tengo a precisarlo, per la figura che si proponeva alla segreteria nazionale, bensì per la costruzione di quella soluzione e per quello che avrebbe implicato.
Ovviamente non era mia intenzione veder scatenare una guerra né scorrere il sangue dei vinti, ma ho creduto da subito che, una volta in gioco, fosse necessario rimescolare le carte e costruire nuovi assetti che superassero le provenienze collettive per un riposizionamento dei singoli in virtù di idee differenti emerse nel dibattito interno.
Un dibattito interno che, a causa di flebili equilibri fra “componenti”, delle elezioni politiche anticipate del 2008 e, primo grande errore di Veltroni, della riluttanza ad ammettere una sonora sconfitta elettorale (non come Partito ma come area alternativa alla destra), non s’è mai aperto.
Così come non si sono mai costituiti veri organismi dirigenti attraverso i quali procedere ad una profonda discussione su cosa voglia essere il Partito Democratico né sulle risposte che questo debba offrire ai cittadini italiani.
Non sono tanto sprovveduto da soffermarmi solo sulle parole, senza cogliere la sostanza fra le righe, né tanto idealista da immaginare che liberando dentro un’unica gabbia leoni provenienti da gabbie diverse non si sarebbe assistito a lotte per ristabilire i rapporti di forza e la primazia.
Però, già nella definizione del nome (che non ho mai amato) del Pd ho visto comunque la possibilità di produrre un effetto pedagogico su noi stessi e sui cittadini.
Da una parte il Partito delle Libertà, tralasciando che la libertà lì è intesa come prerogativa del forte a non farsi inquisire nemmeno se colpevole di aver corrotto un avvocato inglese per testimoniare il falso di fronte al tributale.
Dall’altra parte il Partito Democratico. Ovvero il concetto di “democrazia” e “rappresentanza” opposto a quello di “libertà” e “liberalismo”.
Mi pareva che avessimo prodotto nel nostro Paese una grande e ben definita innovazione, almeno in termini. E che bisognasse riempirla di contenuti operativi e poi esplicitarla pubblicamente agendo in profondità nel tessuto sociale.
Si confrontavano, e potevamo essere orgogliosi della nostra assunzione di responsabilità e del nostro posizionamento, due modelli opposti di società e dei suoi rapporti con l’individuo.
Infatti, al liberalismo, che è un sistema il quale tende a recidere il singolo individuo “dal corpo organico della comunità” (come bene ha spiegato Bobbio) per farlo vivere fuori dal grembo materno immettendolo nel “mondo sconosciuto e pieno di pericoli della lotta per la sopravvivenza”, noi avremmo anteposto la democrazia, ossia un sistema che ricongiunge il singolo agli altri uomini, i quali non sono per natura in guerra fra loro (come sosteneva Hobbes), e ricompone la società come associazione di liberi individui, attraverso la loro “unione artificiale”.
Il Partito Democratico avrebbe potuto, così, indicare la democrazia quale strumento per superare l’isolamento individuale e il principio di autoformazione del singolo che negli anni ha preso consistenza per un oggettivo cambiamento socio-economico e culturale e per l’ottimo impianto, molto pragmatico, di valori che la destra è riuscita ad imporre.
Può sembrare assurdo che io scriva tanto intorno ad un termine, democrazia, nel momento in cui il Pd esce sconfitto da ripetuti confronti elettorali, perde il suo segretario, è diviso al suo interno e tutto, apparentemente, per una incapacità (del solo segretario, secondo alcuni, o del gruppo dirigente, secondo altri) di entrare nel merito di specifiche questioni.
E, però, sarebbe tutto abbastanza normale se fosse solo l’inadeguatezza del gruppo dirigente, o di un singolo, a non consentire un progetto politico credibile. Invece, qui si apre una voragine che mette in discussione l’idea stessa per la quale è nato questo Partito e ne mina i presupposti per la sua stessa vita. Forse chi troppo sbrigativamente ha gioito delle dimissioni di Veltroni non s’è reso conto che è al limite la stessa esistenza e l’essenza del Pd, ovvero che in queste ore sono latenti i presupposti che potrebbero azzerare 14 anni di lavoro comune fra apparati, militanti ed elettori di diversi partiti e che hanno portato prima all’esperienza dell’Ulivo e poi all’ambizioso, quanto originale, progetto del Partito Democratico.
Si rischia, in sostanza, in queste ore non solo di dover ritornare indietro (azzerando i nostri sforzi almeno degli ultimi due anni) ma anche di non avere un approdo plausibile nel momento della disgregazione. Il tutto, cosa più grave, abdicando completamente a svolgere un ruolo culturale e operativo nel nostro Paese, nelle scuole, nelle università e sui luoghi di lavoro demolendo definitivamente ogni ostacolo alla destra irresponsabile di Berlusconi.
E’ per questo che intendo proprio ora ragionare sulla “nostra” democrazia, ovvero sulla sostanza che può e deve caratterizzarci rispetto alla destra e guidarci nelle scelte per prospettare un coerente modello culturale alle generazioni più giovani.
Il punto, ora, non è accapigliarci sul testamento biologico o sul sistema previdenziale, sulla riforma della giustizia o sulla manovra economica. Questi sono temi che necessitano di tempo e di valori condivisi per approcciarvisi in modo coerente ed organico.
Il nostro sinolo, ossia il nostro “insieme” e il nostro “intero” (secondo la definizione di Aristotele), è la definizione dell’uomo che offriamo alla società e che deriva, deve derivare, dal concetto di democrazia. Se per la destra l’individuo è in sé un microcosmo o una totalità in sé compiuta, per noi deve essere una “particella invisibile ma variamente componibile e ricomponibile con altre particelle simili” per formare una unità superiore, ovvero una comunità libera e plurale.
Da qui, possiamo consapevolmente declinare insieme le soluzioni ai singoli aspetti che riguardano la società e che i cittadini ci chiedono.
Forma e materia. Ecco il composto che dobbiamo ben tarare per costruire il nostro Partito in modo compiuto e per strutturare un percorso logico e culturale nel Paese.
La forma deve essere il rispetto ed il confronto fra le sensibilità differenti che compongono il Pd, la materia deve essere il portato culturale e di esperienza di ognuno. Il sinolo, l’insieme, deve essere il Partito Democratico in primis ed il suo sguardo “lungo” sul Paese.
La nostra ambizione deve essere mettere a punto un complesso di valori e principi, di modus operandi, di proposte che inizino, lentamente ma inesorabilmente, ad incidere sul modo di pensare del cittadini, sulla loro formazione culturale, sul loro approccio ai problemi, allo Stato ed al prossimo.
Le vittorie degli ultimi anni sono state effimere non perché ci mancassero i senatori per riformare l’Italia, ma per la mancanza di un progetto di lungo termine che convincesse e coinvolgesse gli italiani, e che desse a noi stessi il senso di una “missione” da perseguire e concludere.
Il nostro arretramento elettorale va di pari passo con quello nelle scuole e nelle università. E non solo perché non siamo stati in grado si mettere a punto una rete che agisse in quegli ambienti ma anche, e soprattutto, perché il nostro impianto culturale era debole e non ha varcato la soglia del semplice interessamento individuale mentre doveva agire sulla formazione intellettuale dei nuovi cittadini.
Quanti hanno dato vita al Pd e ne costituiscono le diverse “anime” hanno già un punto di riferimento fondamentale, la Costituzione repubblicana. Però è proprio la Carta ad essere in crisi, a non essere conosciuta (riconosciuta) né compresa dai cittadini, ad essere considerata un retaggio del passato.
Berlusconi attacca la nostra legge fondamentale e nel farlo trova gioco nel consenso dei cittadini, o anche solo nella loro (nostra) flebile reazione, perché sta modificandosi l’approccio culturale dell’italiano medio e delle generazioni più giovani. Va formandosi un atteggiamento mentale conservatore, timoroso del diverso, spudorato e autoreferenziale che privilegia una “democrazia autoritaria” (un ossimoro) ad una “democrazia partecipata” e scandita da precise procedure che consentono la verifica dell’operato politico da parte dei cittadini, detentori del potere. Il qualunquismo ed il populismo che stanno infettando il corpo sociale di questo Paese sembrano una velata apatia che conduce ad una “delega” del potere sovrano spettante ad i cittadini.


Il limite della sinistra, non solo italiana in verità ma che in Italia è stato più accentuato a causa della peculiare presenza della destra berlusconiana, è stata l’incapacità di comprendere pienamente l’evoluzione verso la quale si è mossa la nostra collettività. In tanti hanno creduto, e continuano a credere, che tutto possa risolversi con la vittoria su Berlusconi rimanendo miopi rispetto ad cuore del problema: l’omogeneizzazione culturale e la formazione di un imponente blocco sociale che sostiene il Cavaliere. Una cecità, questa, inammissibile per chi è cresciuto nutrendosi di Gramsci.
Non si è compreso, negli ultimi 15 anni (e personalmente lego a ciò anche l’estromissione dal Parlamento della sinistra massimalista), che non andava reso diabolico il personaggio (come, per giunta, continua a fare Di Pietro con una tattica che raccoglie consenso nell’immediato ma che sul lungo periodo si dimostrerà, questa la mia previsione, debole ed inefficace) perché questo comportava, irrimediabilmente, un immedesimarsi di quanti (imprenditori, artigiani, commercianti, casalinghe, pensionati) hanno aderito e si sono conformati a quel “modello di pensiero” da Berlusconi rappresentato.
E qui, risiede il mio cruccio: il tempo perso fin’ora ha comportato il consolidamento di un impianto culturale e di un blocco sociale che faremo fatica a “recuperare”, e comporterà anni di lavoro (e, probabilmente, di opposizione parlamentare).
La nostra sfida consiste nel non seguire l’ondivaga ”opinione” pubblica per formare e veicolare nel Paese uno strutturato pensiero comune e, contemporaneamente, mettere in rilievo le contraddizioni della mistura di valori proposto dalla destra: liberismo e protezionismo; inseguimento della Chiesa da posizioni “eretiche” lontane dalla dottrina cattolica; modernità e tradizione; mistificazione e involuzione nel faceto.
Sulla linea politica perseguita dal primo segretario del Pd concordo con quanto pubblicato nel suo blog da Andrea Baldini. Intendo, solo aggiungere qualche altra cosa, anche in merito all’editoriale di oggi di Scalfari, il quale scrive che: Il programma c'era ed è adeguato alle contingenze attuali. La linea politica c'era e anch'essa è tuttora adeguata. Le critiche politiche e programmatiche formulate da D'Alema nella sua importante intervista rilasciata l'altro giorno al nostro giornale ci sembrano prive di consistenza. Quella che è mancata è stata la leadership. Gli era stata data da tre milioni e mezzo di elettori alle primarie di quell'ottobre, ma lui non l'ha usata.
1. Il programma. Nel merito, a me pare che il Pd non l’abbia avuto né all’epoca delle elezioni politiche del 2008 (conseguendo comunque un risultato elettorale importante per la novità che rappresentava e perché con la legge elettorale esistente rappresentava “il” voto utile alternativo a Berlusconi) né successivamente alcun orizzonte programmatico da offrire ai cittadini.
2. La strategia. Il Pd non ha espresso né una potente opposizione al lodo Alfano; né ha spiegato il bluff praticato da Alemanno e relativo al bilancio della Città di Roma (dove il governo ha nominato commissario il sindaco “regalandogli” di fatto, e senza che nessuna autorità rappresentativa dei cittadini potesse vigilare, la cifra di 500 milioni di €); né ha denunciato la scelleratezza dell’amministrazione Scapagnini con un Comune completamente in dissesto finanziario; né ha agito contro gli interventi su scuola ed università del ministro Gelmini. E mi fermo citando solo questi pochi esempi.
Veltroni, e lo dico non perché prevalga il mio lato destruens ma amareggiato in quanto militante (se posso ancora definirmi tale) di quel Partito, non è stato nemmeno in grado di dispiegare una politica propositiva nei confronti del governo per due importanti motivi: il primo, perché né il governo né le rappresentanze partitiche e parlamentari della maggioranza (che sono di proprietà del Presidente del Consiglio) hanno concesso spazi per il confronto; il secondo, perché il Partito non ha mai, in questi mesi, costruito grandi e veri “progetti” per i quali spendersi nella società e in Parlamento.
Quindi, mi pare evidente l’inadeguatezza (a dir il vero rivolgibile all’intero Partito e della sua classe dirigente) di produrre e proporre proposte alternative a quelle governative e di assumere un profilo chiaro.
3. Leadership. Il limite del segretario, in questo caso (ed a riguardo la responsabilità, quantomeno prevalente, ricade su Veltroni) è stato quello di non aver usato la sua “leadership”, potenziata da oltre tre milioni e mezzo di elettori alle primarie e dall’unanimismo dei vertici dirigenziali sul suo nome, per attivare una profonda discussione interna ed esterna, coinvolgendo anche intellettuali, nella ricerca di ogni possibile contributo.
Inoltre, e qui tralascio quanto scritto da Scalfari, intendo aggiungere qualche altro elemento.
4. Alleanze. Veltroni e il suo gruppo ristretto non ha saputo decidersi sul quale “centrosinistra” andasse propugnato, ed anche qui non c’è stata alcuna riflessione allargata al restante corpo del Partito. La “vocazione maggioritaria” che io per primo ho accolto con favore (l’ho scritto in tempi non sospetti su questo stesso blog pochi giorni dopo la caduta del governo Prodi e, per questo, sono stato accusato di essere “veltroniano”) va interpretata: se vuol dire costruire un partito forte ed egemone sulla sinistra dello schieramento politico ha senso; se significa (come è sembrato declinasse Veltroni, tanto che s’è cambiata insieme al governo addirittura la legge elettorale per le europee) andare da soli sempre e comunque sperando in un’autarchia impossibile e senza prospettive di superamento dell’attuale maggioranza di destra… ebbene allora ecco un nuovo errore, questa volta tattico.
Da quanto fin’ora osservato mi pare si evinca che Veltroni abbia esercitato tutta la sua autorità e che, un po’ perché direzionata in modo errato un po’ per l’ammutinamento di alcuni (anche dovuto alla mancanza di luoghi di confronto interno), non abbia ottenuto l’esito voluto.
Per concludere, mi piace riprendere le parole di Scalfari e rimandare (nuovamente) al giudizio di Andrea in merito a Franceschini, neo segretario (auguri!) per constatare un altro, “lieve e piccolo”, particolare: Il nuovo segretario proviene dall'ala cattolica del Pd, è stato fin qui il numero due del partito condividendo con Veltroni la linea politica e la gestione. Tuttavia il suo discorso all'assemblea di ieri non è stato di continuità ma di rottura. Si è impegnato ad azzerare tutti gli incarichi al centro e alla periferia. Ha preso una posizione decisamente laica sul tema scottante del testamento biologico.
Non male la rottura di Franceschini rispetto a decisioni assunte in questi mesi (anche da lui, come ha francamente riconosciuto) però si apre un quinto punto di critica all’attuale (o passata) dirigenza del Pd: l’identità.
Il Partito (e per Partito intendo i dirigenti periferici e centrali, i militanti, i simpatizzanti, i suoi elettori) ed i cittadini non hanno ancora chiaro cosa sia il Pd, come si colloca in Europa, a quali fasce sociali si rivolge principalmente, quale storia vuole costruire per sé e per il Paese.
Questo, come d’altronde, specificato all’inizio di questo lungo post, è il tema centrale imprescindibile fondamentale.
E concludo. Non basta avere un nuovo leader (che brutto termine) per vincere o tornare fortemente rappresentativi in Italia, ma “bisognerà ricostruire completamente la sinistra” (come osserva Marc Lazar) ed i sui valori in modo che siano riconosciuti e condivisi.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5634&ID_sezione=&sezione=


27 agosto 2008

Sfogo di fine agosto (e benvenuta ripresa delle attività invernali!)

Questa è una vicenda che seguo con attenzione da mesi (e per la quale ho già pubblicato dei post). La soluzione che si sta delineando mi irrita enormemente. 
La soluzione delineata dal Governo Prodi, ovviamente, era errata (ma io la condividevo, perchè sono l'unico scemo di questo paese che la pensava come lui) ma quella individuata da Berlusconi e Tremonti è offensiva.
Caro popolo italiano... oggettivamente sei stupido e fa bene chi ti prende per il culo!

Da il Corriere della Sera.

La nuova compagnia

Alitalia, le insidie di un percorso


di Francesco Giavazzi

Ci sono quattro buoni motiviper cui il piano per Alitalia predisposto da Banca Intesa desta dubbi e perplessità, inducendo, pare, anche qualche membro del governo a suggerire che venga riconsiderata l’offerta di Air France sdegnosamente rifiutata quattro mesi fa. 1) Il piano rischia di costare ai contribuenti oltre un miliardo di euro, un terzo dei tagli alla scuola previsti dalla Finanziaria; 2) Gli imprenditori che dovrebbero acquisire il controllo della Nuova Alitalia corrono rischi seri: sono stati a lungo minimizzati, ma venuti al dunque non è più possibile nasconderli. Vogliamo davvero rischiare di trasferire su alcune nostre imprese, oltre che sui contribuenti, il costo del disastro di Alitalia? 3) Il piano verrebbe immediatamente impugnato dalla Ue e da quel contenzioso temo usciremmo perdenti; 4) Il piano richiede che vengano sospese le regole anti-trust, creando un precedente pericoloso per la politica della concorrenza.

La Nuova Alitalia che è nata ieri sarà un’azienda senza debiti e con molti dipendenti in meno. Gli imprenditori privati che ne sono i nuovi azionisti apportando un miliardo di euro di capitale fresco apparentemente non corrono rischi: non ereditano debiti né dipendenti in eccesso, e soprattutto hanno la quasi certezza — questa infatti è la condizione necessaria, che essi hanno giustamente preteso—di rivendere fra un anno o poco più l’azienda a Lufthansa o a un’altra compagnia internazionale, recuperando così il miliardo speso oggi, magari con qualche profitto. Quest’operazione così ben congeniata nasconde però un’insidia a mio parere non valutata in modo adeguato dai nuovi azionisti. La Nuova Alitalia acquisterà aerei, slot e altri contratti dalla vecchia azienda della Magliana che domani il Consiglio dei ministri porrà in liquidazione. I prezzi ai quali la Nuova Alitalia acquisterà queste attività determineranno se la Vecchia Alitalia sarà in condizione di far fronte ai debiti che le rimarranno. Ad esempio, due anni fa gli aerei valevano 2,2 miliardi di euro: se i nuovi azionisti accettassero di acquistarli a quel prezzo, la Vecchia Alitalia potrebbe agevolmente pagare i propri debiti e poi chiudere.

Ma dubito che i nuovi azionisti siano disposti a pagare tanto: gli aerei sono vecchi e più sale il prezzo del petrolio meno valgono. Le valutazioni internazionali suggeriscono oggi ragionevolmente un miliardo. Se così fosse la Vecchia Alitalia non avrebbe fondi sufficienti per pagare i propri debiti. I nuovi azionisti hanno richiesto una norma che li protegga dal rischio di revocatorie da parte dei creditori della Vecchia Alitalia, prova del fatto che non sono disposti a pagare molto. Che cosa accadrebbe se la Vecchia Alitalia non fosse in grado di far fronte ai propri debiti verso fornitori, banche e investitori che detengono obbligazioni della società? Una possibilità è non pagare. Due mesi fa, quando fu convertito in legge il decreto (DL 23.4.2008, n. 80) che evitò il fallimento concedendo ad Alitalia un prestito ponte di 300 milioni, il governo disse in Parlamento: «Con la presente norma si tende a salvaguardare per i prossimi dodici mesi la continuità aziendale di Alitalia... escludendo in tale lasso temporale, ogni ricorso ad ipotesi di liquidazione o di applicazione di procedure concorsuali ».

Quindi i creditori di Alitalia hanno diritto ad essere rimborsati in quanto sono protetti da una legge che escludeva esplicitamente la liquidazione o anche solo lo scorporo della società— che invece avviene oggi prima della decorrenza di dodici mesi dall’approvazione del decreto. Che lo Stato debba pagare i debiti della Vecchia Alitalia è quindi certo. Nel momento stesso in cui paga, il governo viola le norme europee sugli aiuti di Stato. Consentire la sopravvivenza di un’azienda decotta trasferendone i debiti allo Stato è un classico caso di aiuto. Una condanna di Bruxelles obbligherebbe la Nuova Alitalia a rimborsare l’aiuto impropriamente ricevuto, cioè ad accollarsi quei debiti (questo è esattamente ciò che avvenne vent’anni fa quando Alfa Romeo fu ceduta alla Fiat senza debiti —di cui si fece carico l’Iri, cioè lo Stato. Dopo la condanna di Bruxelles quei debiti tornarono in capo alla Fiat). Sono consci i nuovi azionisti del rischio in cui incorrono e dal quale evidentemente lo Stato non li può manlevare? Ma non basta. Il decreto legge n. 80 prevede: «La somma erogata ad Alitalia è rimborsata il trentesimo giorno successivo a quello della cessione o della perdita del controllo effettivo da parte del Ministero dell’economia e delle finanze». Questo comma fu inserito nel decreto proprio per evitare che il prestito ponte fosse considerato un aiuto.

Il governo ha poi trasformato il prestito in capitale, ma con una formula ambigua che ne consente la restituzione all’azionista qualora Bruxelles lo richieda. Quindi se la Vecchia Alitalia non avrà fondi sufficienti, sarebbe la Nuova Alitalia a dover rimborsare allo Stato i 300 milioni del prestito (che in cassa non ci sono più perché sono serviti a coprire le perdite dei primi mesi dell’anno). Altrimenti la controversia con Bruxelles si aggraverebbe ulteriormente. Vi è poi il problema Air One. I nuovi azionisti non vogliono la fusione fra Nuova Alitalia e Air One perché questa porterebbe nella Nuova Alitalia debiti e dipendenti di Air One. Essi vogliono semplicemente acquistare da Air One gli aerei, tutti gli slot (grazie a una sospensione delle regole anti-trust) e i contratti stipulati per la consegna di nuovi velivoli. Air One rimarrà quindi una scatola vuota, ma con molti dipendenti e 450 milioni circa di debiti: basterà la vendita di slot e aerei a far fronte ai debiti e al costo degli esuberi? Quanti debiti di Air One finiranno essi pure a carico dello Stato? Anche qui c’è un problema europeo: nel 2004, quando lo Stato rifinanziò Alitalia, Bruxelles acconsentì a patto che i nuovi fondi non fossero usati per allargare la quota di mercato: esattamente quello che oggi Alitalia fa acquisendo le attività di Air One. L’offerta di Air France non apriva problemi con Bruxelles e non costava nulla, tranne le indennità per un numero di esuberi comunque inferiore: anzi portava qualche spicciolo nelle casse dello Stato perché i francesi avrebbero pagato, seppur poco, le azioni di Alitalia.

27 agosto 2008


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25 febbraio 2008

Come a dire... "mamma li turchi"!

 Arrivano i comunisti!

Dimitris Christofias vince le elezioni cipriote. Un operaio presidente. Chissà come l'ha presa il "presidente-operaio" di Arcore?

Chissà come l'ha presa Silvio Berlusconi? Il quale dopo aver evocato per anni la minaccia dei comunisti in Italia, e aver dichiarato ripetute crociate contro i nipotini di Stalin sebbene genere in fase di inesorabile estinzione dalle nostre parti , se dovesse veramente vincere le elezioni (come dicono i suoi sondaggisti), si troverebbe a confronto con un comunista vero. Ovvero con un erede di Lenin & Co. a tutto tondo che avrebbe al suo fianco nei vertici di capo di Stato e di governi. Roba da lavarsi le mani dopo avergliele strette, per l'uomo di Arcore. Ma il destino può essere bizzarro: il "presidente operaio" e l'operaio presidente, insieme allo stesso tavolo. C'est la vie..

E' successo che Dimitris Christofias, il leader del partito comunista Akel, e' stato eletto ieri sesto presidente della Repubblica di Cipro diventando cosi' anche il primo e unico capo di Stato comunista dell'Unione Europea.

Ha sessantuno anni, è stato nove volte presidente del Parlamento e da 20 anni segretario generale dell'Akel. E' laureato in scienze sociali nella ex Unione Sovietica e storiografo, sfoggia una folta chioma candida, ed e' sempre sorridente e alla mano con tutti. Si dichiara orgogliosamente figlio della classe lavoratrice e sostiene di avere tutta la credibilità per riavviare il processo di pace interrotto nel 2004 e unificare l'isola.

Molto cauto nei rapporti con la Nato, il nuovo presidente mantiene ottimi rapporti con Mosca. Al voto si e' presentato come l'uomo in grado di ''costruire ponti'' tra la comunità greco-cipriota e quella turco-cipriota divise dal 1974, anno in cui Cipro subì un'invasione militare turca seguita ad un fallito ''golpe'' di nazionalisti greco-ciprioti.

In effetti Christofias gode di una notevole popolarità nella parte occupata dell'isola (la Repubblica Turca di Cipro del Nord che non e' riconosciuta dalla comunità internazionale ma solo da Ankara) perché il suo partito da tempo intrattiene rapporti privilegiati con i sindacati turco-ciprioti, e' favorevole alle iniziative inter-comunitarie e si e' incontrato più volte con il leader turco-cipriota Mehmet Ali Talat. I diplomatici sono però scettici sulle effettive possibilità di un rapido processo di integrazione fra le due parti dell'isola.

Ogni volta che c'è un rimescolamento di carte si aprono spazii per il cambiamento. L'ultimo muro europeo, quello di Cipro, va abbattutto al più presto nel nome della riconciliazione. E' una esigenza sentita da chiunque creda dell'armonia fra i popoli fondata sul confronto costruttivo, sul dialogo e sul rispetto. Ovvio che non sarà facile, le differenze e i dissidi sono profondi e numerosi. Ma l'imperativo è provarci. Subito e al più presto. Perché più tempo resta aperta la ferita e peggio diventa l'infezione.


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permalink | inviato da CarloMazzei il 25/2/2008 alle 10:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


16 febbraio 2008

"Se guardate tutto ciò che viene messo in vendita, scoprirete di quante cose potete fare a meno!". Socrate.

E’ un periodo impegnativo. Questo spiega il motivo dei miei più radi e concisi post, sebbene vorrei intervenire su numerosi argomenti, cercando di avviare un dibattito con i lettori. 

Dalla legge 194 sull’aborto alla situazione politica italiana, dalle dichiarazioni di Carla Del Ponte (ex procuratore del Tribunale internazionale dell’Aia) alle indagini verso consiglieri regionali in Calabria, dalla riabilitazione di Bettino Craxi alla campagna Hillary-Obama, dalle frequenze radiotelevisive occupate da Rete 4 ma legittimamente di Europa 7 (che ha vinto anche il ricorso alla Corte di Giustizia Europea)… vorrei approfondire sul mio blog alcuni pensieri.

Per esigenze diverse mi limiterò ad “appuntare” solo alcune celeri osservazioni.

1) Il 12 febbraio Silvio Berlusconi, per la quinta volta consecutiva candidato alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri per la destra (mentre scrivo ha ufficializzato la sua uscita Casini, quindi il centro non c’è più in quella coalizione), è stato a Porta a Porta.

Ha detto, e riporto testualmente, quanto segue (a fianco qualche commento mio personale):

«Il condono è stato positivo perchè ha allargato la base imponibile» (Concordo. Ha anche convinto tanti evasori a perpetrare la loro prassi evasiva, tanto prima o poi lo Stato chiude un occhio, e molti onesti e scrupolosi contribuenti ad autoconsiderarsi dei “coglioni” perché mentre loro pagano altri beneficiano non solo delle somme avase ma anche dei servizi che con la contribuzione altrui lo Stato garantisce);

«Posso fare una promessa assoluta: non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, tutti i nostri sforzi saranno tesi a diminuire per tutti la pressione fiscale» (Questa sua ri-pe-tu-ta frase mi ha fatto pensare molto a come cambia l’uomo: non più il feroce Caimano pronto a vendersi anche la mamma, per giunta non più disponibile sul mercato, ma Padre nobile della Patria che afferma, fra l’altro, che anche il suo governo avrà bisogno ti tempi lunghi per risolvere alcuni problemi);

«Abbiamo intenzione di modificare l’attuale età pensionabile secondo i parametri seguiti in tutta Europa e reintrodurremo la nostra riforma previdenziale» (Questa affermazione, poi corretta dopo un paio di giorni, è stata riportata da tutta la stampa nazionale salvo non notare un dettaglio che mi sono divertito a sentire e risentire su Rai clik. Infatti Berlusconi ha affermato riferendosi alla riforma del sistema pensionistico ed all’età di pensionamento: «Stiamo pensando con don Luigi Maria Verzè… c’è una struttura a Verona che porti la vita media a 120 anni». Geniale ed inquietante insieme: posto che si inizi a lavorare a 20 anni, alzeranno l’età pensionabile a 110 anni e 90 anni di contributi?);

«Darò il via subito, immediatamente, alla realizzazione dei progetti della Tav e del Ponte sullo Stretto» (Questa, al contrario di altre, invece è una frase che ci riporta al vecchio Silviuccio… manca solo ‘u pilu ppè tutti a iosa!);

«Vogliamo varare un piano di edilizia per i giovani. In due anni daremo la casa a chi oggi non può farsi una famiglia perchè non ha una casa» (Ovviamente la casa per i giovani sarà edificata dalle sue imprese costruttrici, i mutui per comprarle verranno erogati dai suoi istituti di credito ed idem per eventuali assicurazioni o fideiussioni);

L’abolizione dell’Ici sulla prima casa si può decidere «già dal primo Consiglio dei ministri». «Si deve insomma cominciare ad intervenire sui lavoratori dipendenti perché gli autonomi, finora, hanno ottenuto di più» (Altro elemento di discontinuità: Berlusconi fin’ora si è sempre rivolto ai professionisti ed al popolo delle partite Iva);

«La lotta all’evasione si deve fare, ma non come è stata fatta in questi anni quasi incutendo paura. Con questo governo con la ricerca estrema di lotta all’evasione si sono frenati i consumi e di conseguenza si è frenata la produzione. Al massimo avrà portato nelle casse dello Stato due-tre miliardi di euro». (I dati da cui prende ste stronzate non sono dell’Istat ovviamente… e li conosce solo lui! A mio modo di vedere dev’essere ancora più dura, invece. In un Paese dove il sommerso vale il trenta per cento del Pil e dove basta un anno di Visco per recuperare 11 miliardi, quanto una Finanziaria, di tasse non pagate, non si può far calare l’attenzione);

«L’abolizione dell’Ici non comporta una riduzione delle entrate molto grande. Con Giulio Tremonti abbiamo fatto i conti ed è una misura che si può assolutamente sostenere. Dobbiamo risparmiare nelle spese dello Stato». (Tralasciando l’enorme bufala iniziale, che vorrebbe l’Ici un’imposta poco importante e remunerativa per lo Stato, pensate che culo… i calcoli li ha fatti con quel geniaccio di Tremonti!);

«Se riuscissimo a riportare la tassazione al 33% massimo» del reddito imponibile «allora verrebbe meno la voglia di elusione. In tutti i paesi dove le tasse sono in sintonia con il sentimento dei cittadini c’è stato dal punto di vista fiscale un incremento delle entrate». (Cosa condivisibile nel concetto ma non suffragata dai fatti reali. La Svezia e la Norvegia, ad esempio, ma anche la Danimarca, hanno una pressione fiscale che in alcuni casi sfiora il 60%, non il 43% come in Italia eppure i servizi sono efficienti e i cittadini sono soddisfatti della loro qualità della vita e del loro rapporto con il fisco).

2) Benigni è stato definito “marxista” da Zeffirelli, il quale dichiara «Benigni da marxista ha stravolto Dante» stroncando le letture della Divina Commedia in televisione.

3) “Perchè vivere è una fatica senza manco un'illusione, un sogno usato, un'invenzione”, Vinicio Capossela.

4) Ricordo Gianfranco Fini, Presidente di Alleanza Nazionale. Il giorno del “proclama di San Babila” tuonò così: «Comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. Da queste mie parole, volutamente molto nette, voglio che sia a tutti chiaro che, almeno per quello che riguarda il presidente di An, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi». E, il giorno dopo: «Io sono il presidente di Alleanza nazionale, non una pecora».

Personalmente ho sempre apprezzato la coerenza di Fini, il suo non essere “pecora”. I fatti mi dicono che l’ho sempre valutato correttamente. Infatti quelle parole le aveva pronunciate a “Mai dire mai”, no?

5) Wuolter ha lasciato il Campidoglio. Storia finita. Si passa alla pagina successiva.

Roma, la Capitale d’Italia, è stata capace in questi anni di generare il nuovo: Francesco Rutelli. Evidentemente, alle volte, a causa di refusi o errori di copisteria (secondo voi avrà responsabilità Astolfi?) la pagina successiva coincide a quella precedente.

6) Alcuni giorni fa ha dichiarato Giulio Tremonti: «Mancano le idee e le "ragioni del socialismo", c'è più forma che sostanza, più cronaca che storia. E sta arrivando un tempo di ferro, che non si sfida con l'estetica politica».

Stranamente io concordo con lui (ed è una vera novità!). Dobbiamo uscire dalla “cronaca” ed entrare nella “storia”: ripensare nel lungo periodo l’economia, oggi basata solo sulla produzione; studiare metodi che favoriscano il merito senza annichilire le ragioni della sussistenza dei miserabili; pensare lo sviluppo e la crescita (non tanto quantitativa, bensì qualitativa) senza intaccare l’ecosistema e l’uguaglianza nella redistribuzione… Saremo in grado? Forse… «Si può fare». Forse…

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Erano quatto compagni al bar che volevano sfasciare il mondo...
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Il marinaio spiegò le vele al vento,
ma il vento non capì...



“Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.”

Enrico Berlinguer


Il calabrone per il suo elevato peso corporeo e per la ridotta apertura alare non potrebbe volare. Ma lui non lo sa. E vola.








 Colonna sonora del blog.
Album "Penguins" del 1977.
Jenny Bell è un autore canadese, notorio per aver mescolato una certa musica colta d'avanguardia inuit con il popolare pop-rock canadese. Questa canzone, tratta dal suo album "Penguins" del 1977, è forse la sua più famosa. Narra la storia di un povero pescatore innamorato che riflette solitario sui mali del mondo.


"La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è
il dubbio che vivere rettamente sia inutile".

 "La lontananza è il fascino dell'amore".

Corrado Alvaro (uno dei più grandi intellettuali italiani del '900)

Corrado Alvaro è nato a San Luca (1895 - 1956), riceve l'istruzione di base da suo padre Antonio, maestro elementare e fondatore d'una scuola serale per contadini e pastori analfabeti. Dopo aver terminato le scuole elementari,prosegue gli studi a Frascati, nel collegio di Mondragone retto dai Gesuiti: ne verrà espulso dopo gli iniziali cinque anni di ginnasio, perché sorpreso a leggere testi considerati proibiti. Nel '14 pubblica le sue prime poesie su "Il nuovo birichino calabrese"; l'anno successivo è chiamato alle armi. Ferito in combattimento alle braccia, è obbligato ad una lunga degenza nell'ospedale militare di Ferrara prima e poi di Firenze: dalla sua dolorosa esperienza di soldato, nascono le "Poesie grigioverdi" (1917). Su invito di Giovanni Amendola, è a Roma nel '22 per lavorare al "Mondo", in qualità di corrispondente da Parigi e, successivamente, di redattore; interviene, sovente, nella polemica politica e culturale, coraggiosamente non tacendo le proprie idee democratiche ed antifasciste. Nel '26 viene pubblicato in volume il suo romanzo d'esordio, scritto un lustro prima, "L'uomo nel labirinto"; nel '29 appaiono i racconti de "L'amata alla finestra", ispirati alla sua terra d'origine. E' del 1930 "Gente in Aspromonte"
, l'opera sua più celebre e celebrata, ove il realismo nella descrizione della vita calabrese si sposa felicemente ai toni sentimentali adoprati nel rievocare un universo popolare intriso di elementi magici ed arcaici. Seguono il romanzo "L'uomo è forte" (1938) e le novelle di "Incontri d'amore" (1940). Dal '40 al '42 è critico teatrale del "Popolo di Roma" del quale, dal 25 luglio all'8 settembre del '43, diviene direttore; costretto alla fuga dall' occupazione tedesca della città, trova rifugio a Chieti, dove si guadagna da vivere impartendo lezioni d'inglese. Tornato a Roma nel '44, fonda - assieme a Libero Bigiaretti e Francesco Jovine - il Sindacato nazionale degli Scrittori, di cui resterà segretario sino alla morte. Nel '46 licenzia "L'età breve", primo romanzo della trilogia "Memorie del mondo sommerso", poi completata da "Mastrangelina" (1960) e "Tutto è accaduto" (1961). Nel marzo del '47 assume la direzione del quotidiano di Napoli Risorgimento ma, pochi mesi più tardi, decide di dimettersi per divergenze ideologiche. In seguito, collabora alla sceneggiatura di "Riso amaro" (1949) di Giuseppe De Santis e, dal '49 al '51, è critico teatrale del "Mondo" di Mario Pannunzio. Da segnalare, ancora, il testo teatrale "Ultima notte di Medea" (1949), le pagine di diario raccolte in "Quasi una vita. Giornale di uno scrittore" (1950) ed il romanzo - rimasto incompiuto - "Belmoro" (1957).



"Quando fu il giorno della Calabria, Dio si trovò in pugno 15.000 chilometri quadrati di ar­gilla verde con riflessi viola. Il Signore promise bella della Califoa se stesso di farne un capolavoro e la Calabria uscì dalle Sue mani più rnia e delle Haway, più bella della Costa Azzurra e degli Arcipelaghi giapponesi. Diede alla Sila il pino, all'Aspromonte l'ulivo, a Rosarno l'a­rancio, a Scilla le Sirene, a Bagnara i pergolati, allo scoglio il lichene, all'onda il riflesso del sole, alla roccia l'oleastro, a Gioia l'olio, a Cosenza l'Accademia, a Catanzaro il damasco, a Reggio il bergamotto, allo Stretto il pescespada. Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria. Per l'inverno le fu concesso il sole, per la primavera il sole, per l'autunno il sole... A gennaio diede la castagna, a febbraio la pignolata, a marzo la ricotta, ad aprile la focaccia con l'uovo, a maggio il pescespada, a giugno la ciliegia, a luglio il ficomelanzano, ad agosto lo zibibbo, a settembre il ficodindia, ad ottobre la mostarda, a novembre la noce a dicembre l'arancia. Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre, il cielo terso, le campagne fertili, le messi pingui, il clima mite, il profumo delle erbe inebriante...".

                                            Leonida Répaci, "Calabria grande e amara"

Leonida Repaci. Nato a Palmi nel 1898, amico e collaboratore di Antonio Gramsci, sarà guardia Rossa nell'Ordine Nuovo e quindi redattore dell'Unità (fino al 1926, quando sarà arrestato per attività antifascista).
Fondatore del Premio Viareggio nel 1929, ne manterrà la presidenza fino al 1985, anno della sua morte avvenuta a Roma.
Fra le sue opere spiccano il ciclo dei Fratelli Rupe (quattro romanzi composti fra il 1932 e il 1957) e i romanzi "L'ultimo cireneo" (1923), "La carne inquieta" (1930), "Il caso Amari" (1966).




Si dice che la tenacia dei calabresi vada messa a proverbio. Non so se queste genericità possono avere credito. La Calabria è scenario di un meticciato fra i più compositi. I geni primigeni si sono perduti fra sangue greco, romano, ebreo, barbaresco - cioè, turco, algerino, tunisino e marocchino -, quindi normanno, quindi francese, quindi spagnolo. Infine passarono i Mille di Garibaldi, per non dire di quel che c'era stato al seguito del cardinale Ruffo.
Più che la tenacia, su quelle coste, per quei monti e quelle crete, ha allignato l'ombrosità, il rancore, la paura, un fosco coraggio che ha del ferino, magari un'improvvisa generosità, e un segreto imperio della sensualità o della bellezza fisica, della natura. Ma anche l'egoismo.
Questi sentimenti si aprono nell'animo del calabrese come si possono aprire d'un colpo le vele ad un bel tiro di vento, ma poi sparire come una nuvola diafana al soffio della brezza. Al calabrese, di tutto questo, gliene resta il sapore in bocca, la malinconia - ed è la malinconia che, con verità e continuità, gli marca lo sguardo e, per un verso misterioso, lo tiene in vita.
In Calabria non ci furono vicerè come a Palermo: niente città capitale. Forse consacrata dalla leggenda della tomba di re Alarico nel Busento, Cosenza conquistò una dignità architettonica, intellettuale. I Telesio e i Campanella furono fari luminosi, ma altrove. Allo stesso modo i baroni del luogo: non ci pensavano due volte ad andarsene a Napoli, a corte, e là sprecare vita e denari.
La Calabria è un crogiolo di anonimati che si sfarina. Qualche castello, qualche palazzo di stile spagnolesco ma devastato dall'incuria. Rarissime biblioteche di famiglia, spesso disperse dal figlio spurio, fatto nescere a casaccio dal ventre della serva, che il destino - o ancora il caso?- vuole si impossessi di tutto senza avere testa di fare tesoro di quanto gli è arrivato fra le mani.
In Calabria non ci sono fiumi ma fiumare. Letti di sassi gettati sotto il sole dentro cui per mesi può scorrere un rigagnolo fangoso o niente, e d'improvviso, con un temporale, farsi corrente tempestosa d'acqua e di schiuma che scivola fuori del solco e fa brodo, se può, oltre le righe dei canneti in argine, impantanando i campi di granoturco spelacchiato.

                                                    Enzo Siciliano, "La vita obliqua"

Enzo Siciliano, (1934 - 2006). Romanziere, critico, direttore della rivista "Nuovi Argomenti" è stato uno degli intellettuali italiani più importanti del '900. 
Della sua ricca e variegata produzione si ricorda: "La notte matrigna" (1975), "La principessa e l'antiquario" (1980, premio Viareggio), "Carta blu" (1992), "I bei momenti" (1997, premio Strega 1998), "Non entrare nel campo degli orfani" (2002) e "Il risveglio della bionda sirena" (2004).        




Arriva il momento in cui devi scegliere: o la via più giusta o la via più facile.



Quando tu stesso puoi essere il tuo miglior pubblico 
  e quando il tuo applauso è il miglior applauso, allora sei in ottima forma.
 
                                        Ron Hubbard



Il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale: ciò che conta è il coraggio di andare avanti.
                                            Winston Churchill







Classifica colonne sonore del blog.
1. I Nomadi, C'è un re.
2. Metallica, Battery.
3. Beach Boys, Wouldn't it be nice.



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